Russia: ‘richiamo all’ordine’ in risposta al nazionalismo di Putin

Tra poche settimane, Vladimir Putin sarà rieletto presidente della Russia e gli europei, come gli americani, dovranno decidere quale politica avere nei confronti di un interlocutore insieme necessario e preoccupante, che ha dimostrato una straordinaria mancanza di scrupoli e la tendenza ad infrangere barriere considerate intoccabili (ad esempio intervenendo nelle campagne elettorali dei nostri Paesi con metodi sia aperti, sia coperti).220px-Vladimir_Putin_-_2006

E se cominciassimo dalla “fine della storia? Con la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’impero sovietico era sembrato potesse aprirsi l’era della vittoria definitiva delle democrazie liberali. Alla nuova Russia sarebbe toccato un ruolo di importante attore nel coro, impegnata com’era a trasformare la propria economia secondo le regole del mercato e a sostituire ai vecchi canoni ideologico-politici della tradizione sovietica quelli sanciti dal nuovo unipolarismo a trazione americana. Per un po’ sembrò che le cose potessero andare così; ma non per molto.Era illusorio ritenere che la Russia si sarebbe adattata senza colpo ferire a un così drastico ridimensionamento: la Gran Bretagna, dopo oltre sessant’anni, non ha metabolizzato appieno la perdita del suo impero; difficile pensare che Mosca potesse rassegnarsi di colpo alla caduta del suo. I boiardi della nuova Russia ricordano per più versi i robber barons che, a cavallo fra Ottocento e Novecento, fecero dell’America una grande potenza industriale; ma qui il sistema si è rivelato troppo sclerotico e corrotto per reggere un’operazione paragonabile, a vantaggio dello sviluppo economico, mentre la globalizzazione si è incaricata di fare giustizia dell’ipotesi.

Nostalgia del passato
A un Paese sconfitto, attraversato da una profonda crisi e in cui le aspettative di futuro si mescolavano alla nostalgia per il passato, un nazionalismo dal forte carattere identitario poteva offrire la chiave per recuperare immagine e affrontare le difficoltà.  È quanto ha fatto Vladimir Putin, con una politica che ha interpretato il sentimento di una parte significativa della popolazione e corrisponde, con ogni probabilità, alle le sue personali inclinazioni.Quella russa non è una democrazia liberale, a riprova del fatto che fra di essa e il capitalismo la coincidenza non è automatica; è un ibrido in costante evoluzione (non necessariamente positiva) che raccoglie consenso nel Parlamento e nel Paese. Robert Blackwill e Philip Gordon hanno parlato di “nuova Guerra Fredda” a proposito dei rapporti russo-americani di oggi: il confronto è tornato ma c’è una differenza di peso. Allora si poneva in termini di scontro ideologico fra “noi” e “loro”; oggi si svolge all’interno di un “noi” cui, per quanto slabbrato, tutti continuano a riferirsi.Il progressivo disimpegno di Obama ha aperto delle falle nella proiezione mondiale degli Stati Uniti, evidenti già prima che le intemperanze di Trump le rendessero più esplosive. Le difficoltà dell’Europa, fra crisi finanziaria e frammentazione del quadro politico dell’Unione, l’hanno resa più vulnerabile a pressioni, in particolare sotto il profilo energetico. Putin ha saputo sfruttare un vantaggio che comunque gli era stato dato.

Rapporto paritario e consenso interno
Russiagate, cyberspionaggio e hacking elettorale hanno creato un allarme comprensibile ovunque, ma soprattutto negli Stati Uniti, per cui la semplice idea che il territorio nazionale possa essere in qualche modo violato è inaccettabile tanto politicamente per qualsiasi governo, quanto psicologicamente per l’opinione pubblica. L’osservazione che chi di hacking ferisce prima o poi di hacking perisce, con gli Usa non tiene; se davvero Putin ha organizzato una simile operazione, si è trattato di un errore politico grave, reso ancor più intrattabile dai rumors sul Russiagate che – aldilà di quanto potrà incidere sulla presidenza Trump e sull’uso che ne faranno l’opposizione interna repubblicana e i democratici – rendono un suo superamento complesso

All’affermazione americana di un’egemonia capace di garantire l’invulnerabilità sul suo territorio, si contrappone quella di Vladimir Putin, secondo cui il rango e la potenza della Russia – per quanto con vistosi rattoppi – legittimano l’uso paritario di tutti gli strumenti di pressione disponibili. Questo del rapporto paritario è una costante della politica putiniana: in termini assoluti può apparire scarsamente fondata, ma dal punto di vista della costruzione del suo consenso interno no.

I confini delle vecchie repubbliche sovietiche erano stati tracciati, e modificati, in maniera spesso proditoria, con grande indifferenza per minoranze perseguitate. Ridisegnarle dopo la fine dell’Urss appariva politicamente improponibile: sarebbe dovuto toccare alla nuova comunità di Stati europei che si andava creando, assicurare un quadro multilaterale di cooperazione in cui inserire anche la nuova collocazione degli ex Paesi satelliti.L’allargamento della Nato e il Consiglio Nato-Russia avrebbero fornito il quadro per un corretto svolgimento di un processo accettato da Mosca più per necessità che con entusiasmo. Il riapparire di problemi territoriali che si pensavano rimossi, come le posizioni assunte da alcuni Paesi una volta recuperata la piena indipendenza, non hanno tardato a mettere in crisi il meccanismo: cavalcare l’onda dei micro-nazionalismi rinfocolando vecchie nostalgie è sembrato a Putin un buon modo per riequilibrare almeno in parte un baricentro che si andava spostando pericolosamente in direzione opposta. Il tutto senza scossoni ingovernabili finché si è rimasti nelle periferie ma, nel momento in cui con l’Ucraina si è toccata la vecchia linea di faglia del confronto Est-Ovest, le cose sono cambiate.

a cura di Maria Parente

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