Santa Sede: “Su integrazione e disarmo nucleare passi indietro”

chiesa_-_don_giampaolo_tomasi_e_l_arcivescovo_bressan_al_convegno_sui_consigli_prebiterali_e_pastora_imagefull“E’ arrivato il momento di accelerare il percorso verso la cultura dell’integrazione e dell’accettazione reciproca. Il fatto che si spari a degli immigrati perché sono di colore diverso, o di cultura diversa o di religione diversa è un segno di poca saggezza”.Monsignor Silvano Maria Tomasi, arcivescovo e segretario del dicastero della Santa Sede per lo Sviluppo umano integrale, parla così della sparatoria di sabato 3 febbraio a Macerata, con la quale il 28enne Luca Traini ha colpito e ferito sei giovani nigeriani del posto. L’ultimo atto di un’opera d’integrazione malriuscita, in un Paese che ha cambiato volto ma senza riuscire del tutto ad accettarlo.“L’Italia e l’Europa stanno diventando delle comunità pluralistiche, con persone, culture, espressioni di stili di vita molto diversi – continua Tomasi -; dobbiamo imparare a vivere assieme nella diversità, ad accettare le persone per il valore che hanno come tali”.

Abbiamo fatto un passo indietro, quindi.
Per vivere assieme servono valori e atteggiamenti del cuore e della mente che aprano alla comprensione reciproca e all’accettazione come persone di uguale dignità; valori e atteggiamenti che consentano di partecipare alla vita pubblica con gli stessi diritti e doveri e di costruire un’identità comune più ricca.Diplomatico vaticano di lungo corso, monsignor Tomasi ricopre, tra gli altri, l’incarico di delegato del Papa sulle politiche di disarmo nucleare, e lo stesso Dicastero di cui è membro è stato promotore, lo scorso novembre, della Conferenza internazionale sulla proibizione degli armamenti atomici. Anche questo, come l’integrazione, è un tema oggi molto discusso, nella rinata competizione tra chi avrebbe il famoso “bottone rosso” maggiormente a portata di mano. Tema che è tornato a impensierire il Vaticano, oltre che tutta la comunità internazionale.

Anche l’Italia ha un suo arsenale.
Abbiamo 50 bombe atomiche tra Aviano, in Friuli, e la Sicilia, dove sono in custodia “per conto” della Nato. Certo, un incidente può sempre verificarsi, o qualche persona con uno scarso equilibrio mentale può fare esplodere una bomba, generando una reazione a catena su cui non avremmo alcun controllo.

L’amministrazione Trump ha appena rivisto la sua strategia nucleare. Qual è il suo giudizio?
La nuova politica dell’amministrazione Usa mi pare faccia un passo indietro rispetto a quella del governo precedente, che era invece orientato a ridurre il numero di testate atomiche. Con il rinnovamento dell’arsenale e lo sviluppo di nuove tecnologie per produrre bombe a effetto ridotto – quindi potenzialmente utilizzabili come armi convenzionali – il rischio è che si accetti l’idea di ricorrere all’atomica in caso di emergenza. Con le conseguenze che sappiamo: la distruzione, oltre che di obiettivi militari, dell’ambiente e di persone innocenti.

Cosa fare allora?
Per il benessere della famiglia umana, bisogna eliminare questi ordigni di distruzione di massa. È un’affermazione che può sembrare un po’ idealistica, che rimanda a qualcosa di irraggiungibile, ma se non abbiamo degli obiettivi chiari e precisi – anche se alti –  su cui lavorare, rischiamo di perdere la corsa. Dobbiamo lavorare per un dialogo costruttivo, tra persone e tra Stati, per evitare conflitti che non sappiamo dove portino.

Quale messaggio per i leader internazionali?
L’obiettivo oggi dev’essere quello di fermare la corsa agli armamenti e di smettere di dissipare energie e risorse necessarie per il benessere della popolazione. Invece di spendere cifre da capogiro per nuovi armamenti sarebbe bene investirli per costruire ospedali, scuole, per aiutare i giovani a trovare lavoro. Per creare una società più serena e costruttiva, invece di correre dietro alle armi per affermare un potere che andrebbe lasciato alle singole comunità.

fonte:affarinternazionali.it

a cura di Vincenzo Catapano

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