Politica estera: quando la Farnesina era autonoma

farnesinaLe elezioni politiche del 4 marzo si avvicinano con passo rapido e inesorabile. Il Parlamento che uscirà dalle urne dovrà dare la fiducia ad un Governo che si ritroverà ad affrontare, come è sempre accaduto nel corso della Storia dell’Italia Unita, una situazione complicata, sotto vari punti di vista. Tuttavia, nel contesto di un mondo sempre più integrato e globalizzato, un aspetto molto importante sarà il ruolo della Repubblica Italiana nel mondo: in ultima analisi, la sua politica estera.Se non si può sapere con certezza come agirà il prossimo Governo, dati i sondaggi che, alle ultime rilevazioni, non sembrano indicare una coalizione nettamente in vantaggio sulle altre, qualcosa si può dire su come i Governi precedenti si siano comportati sullo scenario internazionale. La Repubblica Italiana, benché relativamente giovane, inizia ad avere una certa età e, per questa ragione, oggi ci occuperemo solamente della prima parte della sua storia, quella che è stata rinominata ‘Prima Repubblica’; in quegli anni, infatti, la Farnesina si mosse su tre direttrici: schieramento sul fronte del Patto atlantico, con l’alleanza con gli Stati Uniti e l’ingresso negli organismi internazionali; processo di integrazione europea, dalla Comunità Economia del Carbonio e dell’Acciaio all’Unione Europea; presentazione sul palcoscenico mediterraneo come potenza regionale e come forza stabilizzatrice.L’Italia del secondo dopoguerra era uno Stato a pezzi: in effetti, era a stento uno Stato. Era tutta da ricostruire, da un punto di vista infrastrutturale, urbano, sociale e anche politico. A questo punto della sua storia, era un pezzo che le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale stavano disponendo sull’intricata scacchiera che avrebbe determinato la partita che si sarebbe giocata per molti decenni a venire. Con la Conferenza di Teheran del 1943 e con quella di Jalta del 1945, a cui parteciparono i Tre Grandi (Franklin Delano RooseveltWinston Churchill e Iosif Stalinveniva già a delinearsi in embrione il mondo dei due blocchi contrapposti, il liberal-capitalista e quello socialista. L’Europa, così come la Germania, risultò divisa in due aree di influenza, mentre una ‘cortina di ferro’, come la definita lo stesso Churchill, ne indicava, idealmente, i confini. L’Italia, parte del blocco liberale, a guida americana, usufruì degli aiuti statunitensi del Piano Marshall (proposti – e rifiutati – anche agli alleati dei sovietici), che furono una vera e propria boccata d’ossigeno per l’economia italiana, ma che legarono a doppio nodo i destini della Penisola a quelli americani. In questa fase, l’Italia, divenuta repubblica con il referendum del 2 giugno ’46, iniziò a costruire la sua presenza sul palcoscenico internazionale. Negli anni del centrismo, conseguenti alle elezioni del ’48, con il Governo De Gasperi (1948-53), si ebbe il suo ingresso nel Patto atlantico nel 1949, facendone così uno degli Stati fondatori della NATO.

L’Italia, vista la sua strategica posizione sul Mediterraneo, divenne sede di numerose basi militari dell’Alleanza. Negli anni ’50, inoltre, la Repubblica Italiana entrò a far parte delle Nazioni Unite (1955) e della CECA (1952), la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, di cui fu membro fondatore, la prima forma di quella che sarebbe poi diventata la Comunità Economica Europea, con i Trattati di Roma del 1957, per poi diventare l’attuale l’Unione Europea. Se, da un lato, l’Italia entrava nelle varie organizzazioni internazionali, proponendosi attivamente per la costruzione di un nuovo assetto del mondo, dall’altra, doveva dismettere tutto quello che era stato il suo retaggio coloniale. All’Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale venne affidato, unico caso per una potenza uscita sconfitta dal conflitto, l’amministrazione fiduciaria della Somalia, sua ex colonia, della durata di dieci anni, dal 1950 al 1960, per favorire la transizione dallo status e dalla condizione di colonia a quella di Stato indipendente. Dal 1960, si può dire che l’Italia aveva chiuso tutti i capitoli relativi al suo passato e, forte del nuovo contesto internazionale, a cui aveva contribuito in prima persona, poteva iniziare un nuovo capitolo della sua storia.Con il boom economico e la conseguente ondata di benessere che investì tutto il mondo occidentale, l’Italia, che conobbe la crescita vertiginosa che la rese una potenza industriale di primissimo piano, iniziò ad attuare una politica estera più proattiva, con un interesse a promuoversi come potenza di primo piano nel mar Mediterraneo. Se, da un lato, rimaneva fedele alleato degli Stati Uniti e membro fondamentale della Nato, dall’altro la presenza di una figura carismatica e con capacità visionaria come Enrico Mattei, cambiò le carte in tavola. Mattei, industriale, presidente dell’Agip e fondatore dell’Eni, fu, senza troppe esagerazioni, una sorta di Ministro degli Esteri-ombra nel periodo del boom economico e non è sbagliato dire che, fino alla sua morte, avvenuta in circostanze ancora non completamente chiarite, la vera politica estera italiana fu affar suo.

a cura di Maria Parente

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