Ue/Gran Bretagna: sicurezza e difesa, quale partenariato

Con l’intervento del primo ministro britannico Theresa May alla Security Conference di Monaco di Baviera, il negoziato con l’Ue sulla Brexit si arricchisce ufficialmente di un nuovo capitolo; e aumentano le complessità e le incertezze di una trattativa che ha come obiettivo concordare le condizioni del divorzio e definire i contenuti delle future relazioni fra Regno Unito e Unione europea dopo la Brexit.may.jpg

A Monaco infatti  Theresa May ha rilanciato l’idea (già evocata nel discorso di Firenze) di un ambizioso accordo con l’Ue sulla cooperazione in materia di sicurezza e di difesa. E lo ha fatto con un discorso di alto profilo, nel quale ha lasciato deliberatamente da parte tutte le difficoltà del negoziato in corso sulle condizioni del divorzio e sul futuro delle relazioni economiche e commerciali, per concentrarsi, esclusivamente ma anche efficacemente, sui motivi per cui Regno Unito e Unione europea hanno un interesse convergente a mantenere, e in futuro a sviluppare, un intenso rapporto collaborativo nel campo della sicurezza interna ed esterna, e nel campo della difesa.

La sicurezza dell’Europa è anche quella del Regno Unito, e viceversa
In effetti è opinione condivisa che il Regno Unito, per la sua capacità di proiezione internazionale, per il suo potenziale militare, per il suo status di potenza nucleare, per il contributo alle missioni internazionali, ma anche per il livello (ormai consolidato malgrado gli opt-outs) della collaborazione con l’Ue nel campo della giustizia e degli affari interni, sia destinato a rimanere un partner irrinunciabile dell’Unione europea. E che di conseguenza l’Ue ha tutto l’interesse ad assicurarsi che il Regno Unito, anche dopo la Brexit, possa continuare a lavorare fianco a fianco con l’Ue per rafforzare il partenariato transatlantico, per gestire il difficile rapporto con una Russia assertiva e talora minacciosa, per affrontare le maggiori crisi regionali,  per stabilizzare il nostro vicinato, ma anche per affrontare sfide trasversali come le migrazioni, il cambiamento climatico, la non proliferazione nucleare, la cyber-security, il terrorismo internazionale.

Ma la May, forse anche con un occhio alla propria opinione pubblica, ha voluto anche sottolineare l’importanza di garantire, pure per il futuro, una efficace collaborazione sul fronte della sicurezza interna, evocando cosa succederebbe se nel giugno 2019, al momento dell’entrata in vigore dell’accordo di recesso, si interrompesse ogni collaborazione fra autorità giudiziarie e di polizia, se venisse meno l’operatività del mandato di arresto europeo, se i rispettivi servizi di intelligence smettessero di collaborare e di scambiarsi informazioni, se venisse meno un quadro di riferimento in materia di cooperazione nel contrasto del terrorismo o di protezione dei dati.

La volontà politica non basta. Le incognite prevalgono sulle certezze
Con il suo intervento di Monaco, la May ci ha quindi ricordato che oggi ci troviamo in una situazione, per certi versi paradossale, in cui Ue e Regno Unito, costretti a fare i conti quotidianamente con le numerose incognite e incertezze che caratterizzano i seguiti del referendum sulla Brexit, concordano
sulla necessità di una partenariato efficace in materia di sicurezza e difesa.

Sul fronte dell’accordo di recesso si è infatti per ora registrata solo una convergenza su alcuni principi (in alcuni casi molto generali). Questi principi nei prossimi mesi dovranno essere trasposti in disposizioni vincolanti con una operazione che potrebbe rivelarsi più complessa del previsto (soprattutto per la parte che riguarda il rapporto tra Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord). Si è preso atto che sarà necessario prevedere un periodo transitorio prima dell’entrata in vigore del quadro di riferimento per le future relazioni. Ma non è chiaro se a Londra siano disposti ad accettare una situazione, sia pure temporanea, in cui il Regno Unito dovrà rispettare e attuare tutte le regole Ue vigenti, e quelle che venissero adottate in quel periodo, senza essere coinvolto nei relativi processi decisionali. E infine ci stiamo avviando nella “terra incognita” di un accordo sulle relazioni future, consapevoli di non poter contare su  modelli esistenti, ma sapendo anche, sulla base di precedenti esperienze, che la definizione di un accordo ‘ad hoc’ di libero scambio con un partner come il Regno Unito richiederà tempo, disponibilità al compromesso e una buona dose di creatività.

Ebbene in questo contesto di incertezze e di incognite c’è un aspetto su cui la volontà politica delle due parti sembra fortunatamente convergere: la sicurezza e la difesa. Se però la volontà politica è la necessaria pre-condizione, occorrerà anche essere consapevoli che la volontà politica da sola non sarà sufficiente, perché occorrerà, anche in questo caso, una buona dose di creatività e di buona volontà negoziale per superare ostacoli solo apparentemente tecnici.

Gli ostacoli tecnici in materia di sicurezza interna ed esterna
Nel campo della sicurezza interna si tratterà di definire arrangiamenti istituzionali, evidentemente compatibili con il rispetto della sovranità del Regno Unito dopo la Brexit e con l’autonomia dei processi decisionali della Ue, che consentano di prevedere ad esempio una estensione al Regno Unito della operatività del mandato di arresto europeo, di prevedere una partecipazione del Regno Unito a Europol ed a Eurojust (positiva in questo senso l’apertura della May sulla giurisdizione della Corte di Giustizia dell’Ue), e più in generale di definire efficaci meccanismi di collaborazione fra autorità giudiziarie, di polizia e di ‘law enforcement’.

Tre condizioni perché l’Ue accolga l’appello di May
In conclusione l’Ue ha tutto l’interesse a rispondere positivamente all’appello della May. Ma a tre condizioni. In primo luogo non possiamo accettare che il negoziato su sicurezza e difesa condizioni  quello sul futuro delle relazioni economiche e commerciali. I due negoziati potranno procedere in parallelo, ma dovranno rimanere distinti. In secondo luogo, nel definire un accordo di collaborazione con un Paese che nel frattempo sarà diventato “tecnicamente” un Paese terzo, occorrerà tutelare l’autonomia dei processi decisionali dell’Ue. In terzo luogo occorrerà definire una ‘governance’ efficace del  futuro accordo, che preveda tra l’altro un credibile meccanismo di soluzione delle controversie.

a cura di Maria Parente

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