Russia: l’arma (spuntata) del gas

Dopo le crisi del gas con l’Ucraina nel 2006 e nel 2009, e soprattutto in seguito all’annessione della Crimea, la cosiddetta “arma energetica” di Mosca è diventata un tema cruciale nel dibattito  europeo sui rapporti con la Federazione russa, nonché nella definizione di politiche mirate ad aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico in Europa.Ad oggi, tuttavia – mentre la Russia si prepara alle presidenziali del 18 marzo e all’annunciata riconferma di Vladimir Putin– nonostante la costante vigilanza della Commissione europea sulle questioni più critiche (tra cui il gasdotto Nord Stream 2), i motivi di preoccupazione sembrano essersi sostanzialmente ridotti. A fronte di un aumento, in termini assoluti, dell’export di gas russo sul mercato europeo, il dibattito pubblico e i timori in materia di sicurezza energetica in Europa appaiono stabili, se non in diminuzione, anche alla luce di un’azione più cauta di Mosca su questi temi.

Stabilità nel cambiamento
Il gas russo continua ad essere un elemento chiave del mix energetico europeo. Dal 2015 al 2016 le esportazioni di Gazprom in Europa sono aumentate del 13%, passando da 158 a 178 miliardi di metri cubi (bcm), rappresentando circa un terzo dei consumi totali. Germania e Italia continuano a rimanere i principali mercati di destinazione, ai quali Mosca destina circa il 42% del suo export europeo.A dispetto di queste tendenze, alcuni fattori rendono la minaccia energetica russa in Europa meno concreta rispetto al passato. Fra i principali elementi che attualmente caratterizzano il mercato europeo del gas ci sono l’eccesso di offerta rispetto alla domanda, nonché la concorrenza da parte del gas naturale liquefatto (Lng) e la realizzazione di nuove infrastrutture in paesi come Lituania e Polonia.140307-ukrainegas-5p_1b891c63647ffcfc800a8064678d7b74

Diffidenze europee
Nonostante queste dinamiche incoraggianti, i tentativi europei di ridurre la dipendenza dalla Russia rimangono vivi. Il principale nodo del contendere è il futuro del transito attraverso l’Ucraina e il destino di Nord Stream 2. La realizzazione del gasdotto è emersa negli ultimi anni come un elemento fortemente divisivo non solo tra Bruxelles e Mosca, ma anche all’interno della stessa Unione europea.I Paesi dell’Europa orientale, e la stessa Kiev, temono di perdere il loro ruolo (politico ed economico) di transito degli approvvigionamenti energetici, ma soprattutto di finire stretti in una morsa tra Russia e Germania, quest’ultima destinata a diventare – in caso di realizzazione – l’unico punto di approdo del gas russo sul continente europeo.Per far fronte a tali criticità, la Commissione sta provando a rafforzare il suo ruolo nei confronti di Mosca, trovando tuttavia forti resistenze in seno al Consiglio, il cui servizio legale si è espresso in modo negativo di fronte alla richiesta di un mandato negoziale perché discutesse della realizzazione del gasdotto direttamente con Mosca.Diniego che ha spinto l’esecutivo europeo ad accelerare sulla revisione della Security of Gas Supply Directive, inserendo un emendamento che estende l’applicazione della cornice regolatoria del mercato interno anche ai gasdotti provenienti da Paesi terzi: una mossa per colpire Nord Stram 2, ma che ha forti implicazioni su tutto il sistema di importazioni europeo, come sottolineato anche dall’associazione industriale Eurogas.

Le strategie dell’Orso
In questo contesto, l’azione di Mosca appare quanto mai cauta, anche alla luce di alcune criticità strutturali interne. Il tentativo di riorientare il proprio export di materie prime energetiche verso i mercati asiatici – anzitutto attraverso l’accordo firmato con la cinese Cnpc nel 2014 per la fornitura trentennale di 38 bcm annui – sta incontrando infatti alcune difficoltà.La partnership energetica con la Cina ha infatti dei limiti importanti: in primo luogo i prezzi di vendita, significativamente più bassi di quelli generalmente ottenuti sulle vendite europee. Inoltre, riorientare completamente l’export dal mercato europeo a quello asiatico non è difficilmente sostenibile dal punto di vista economico, dal momento che al contrario di quella verso l’Asia, l’infrastruttura per l’export energetico in Europa è già in essere (e ampiamente ammortizzata) e non richiede significativi investimenti.

Inoltre, il settore energetico russo si trova ad affrontare enormi problemi strutturali. In particolare, ciò che risulterà più problematico nel medio termine è l’esaurimento dei bacini più economici, il cui sfruttamento è cominciato ancora in epoca sovietica. Per mantenere costante il livello di produzione, le compagnie energetiche russe dovranno fare affidamento su altri tipi di risorse, molto più costose da sfruttare, quali lo shale gas e i giacimenti offshore nell’Artico. Tutto ciò richiederà investimenti immensi, che al momento sono ostacolati dalla crisi economica e dalle sanzioni occidentali che bloccano l’accesso ai capitali.In ultimo, ma non certo per importanza, va considerato il forte processo di riassetto del mercato energetico russo, con l’emergere di “nuovi” attori industriali, le cui mosse stanno modificando gli equilibri interni di potere, e in un certo senso erodendo la percezione di un monolite russo del gas consolidato attorno a Gazprom.

a cura di Maria Parente

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