Campagna elettorale: migranti, grandi problemi, risposte modeste

Elezioni politiche 2018: 42 liste di partiti, movimenti e gruppi politici e un tema onnipresente, l’ immigrazione. Un hot topic, secondo i sondaggisti che auscultano pulsioni e ossessioni degli italiani: sta egemonizzando il dibattito pre-elettorale e concorrerà a determinare gli equilibri che si consolideranno in Parlamento dopo il 4 marzo. Per districarsi nel guazzabuglio di una campagna elettorale declinata a suon di promesse più o meno roboanti è utile partire dai risultati di un’analisi dell’Istituto Cattaneo, tra le prime ad evidenziare il dato dominante di questa campagna elettorale, ossia lo spostamento dell’opinione pubblica sui temi della sicurezza e della legalità a scapito di altri settori di policy come la politica estera e l’Unione europea.

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Per l’istituto, il protagonismo del tema sicurezza è sintomatico della rilevanza data dall’opinione pubblica alla crisi del sistema di governance delle migrazioni emersa negli ultimi anni. Tema che va di pari passo con le declinazioni più o meno restrittive e securitarie di gran parte delle agende elettorali pubblicate dai siti web del Ministero dell’Interno e dei partiti e dei movimenti politici in corsa per la XVIII legislatura.

Le agende elettorali dei partiti e dei movimenti
Da un lato, il centro-destra (Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia-Noi con l’Italia/Udc) converge in modo unitario su proposte di impianto protezionistico e sovranista quali “blocco degli sbarchi con respingimenti assistiti, stipula di trattati e accordi con i Paesi di origine dei migranti economici, Piano Marshall per l’Africa e rimpatrio di tutti i clandestini”. Dall’altro, il centro-sinistra (Pd-+Europa/Centro democratico-Insieme-Civica popolare) fa melina sulle strutturali debolezze del sistema d’accoglienza fronteggiate dal governo uscente, per virare su un obiettivo: europeizzare la questione migratoria, intervenendo nella gestione delle cause profonde delle migrazioni nei Paesi terzi e rispettando “gli obblighi di solidarietà in ambito di asilo e migrazione”.

In questo contesto, a sorpresa, il M5S, in otto pagine interamente dedicate all’ immigrazione, approda su posizioni non del tutto dissimili, proponendo, in sintonia con il centro-sinistra e gran parte dei movimenti della sinistra radicale, il “superamento del regolamento di Dublino” e auspicando il “ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri ai sensi del Trattato sul funzionamento dell’Ue”.

Nella compagine del centro-sinistra, soltanto + Europa, formazione guidata da Emma Bonino, rileva l’urgenza di creare “corridoi umanitari per le persone bisognose di protezione”. Tema appoggiato dai programmi elettorali dei dissidenti di Liberi e Uguali e del M5S, ma toccato solo di striscio dai compagni di coalizione del Pd. “È importante garantire – recita il programma democratico – tanto i diritti di chi fugge dalle guerre e dalle carestie quanto quelli di chi accoglie: con la consapevolezza che l’accoglienza ha un limite nella capacità di integrazione”. Posizionamento cauto che riflette l’attenzione verso quei territori poco inclini ad accettare il Primo Piano Nazionale Integrazione proposto dal governo uscente con l’ambizione di superare il sistema fallimentare dei grandi Cas – i centri di accoglienza straordinaria affidati dalle prefetture ad enti gestori privati -, dando piena attuazione al Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) gestito dagli enti locali.

Sebbene i numeri del modello Sprar raccontino una realtà in crescita (35.869 i posti coperti a febbraio del 2018, a fronte dei 31.313 del 2017), ad oggi il principio di adesione volontaria da parte degli enti locali fa sì che il sistema di accoglienza italiano resti per la gran parte basato sui Cas, centri cresciuti del 286,5% tra il 2014 e il 2016 (a fronte del 50% degli Sprar). Le disfunzioni e le opacità di questo modello di accoglienza, già oggetto di una commissione di inchiesta parlamentare nella legislatura uscente, fanno da sfondo alle proposte programmatiche di M5S, LeU, +Europa e Potere al Popolo. Se, tuttavia, il M5S invoca “trasparenza, controllo e tracciatura dei fondi destinati all’accoglienza” senza chiarire quale sistema potrebbe sostituire quello attuale, LeU, +Europa e Potere al Popolo convergono sulla necessità di superare definitivamente la gestione emergenziale proponendo l’adozione esclusiva del modello Sprar. Scenario, questo, già auspicato dal ministro dell’Interno uscente Marco Minniti e sul quale potrebbero giocarsi alleanze parlamentari inedite nella XVIII legislatura.

L’impatto della nuova legge elettorale
La nuova legge elettorale fissa al 3% la soglia di sbarramento nella quota proporzionale su base nazionale e al 10% quella per le coalizioni, disposizione che, in teoria, dovrebbe arginare l’ingresso in parlamento di Forza Nuova e Casa Pound, movimenti di ispirazione neo-fascista, che dopo essere stati sdoganati a Strasburgo e in molti consigli comunali, puntano al Parlamento ispirati da quanto sta prendendo forma nei Paesi del Gruppo di Visegrád. “Dove c’è la volontà politica di impedire l’invasione di massa del proprio territorio, l’invasione non si verifica, come dimostrano Polonia e Ungheria” recita il programma elettorale di Forza Nuova.

Che il contrasto alla presunta “invasione” sia costato a Polonia e Ungheria una deriva autoritaria drammatica, e un contenzioso con la Commissione europea approdato all’apertura di una procedura di infrazione per la mancata partecipazione al meccanismo di ricollocamento, sono fatti su cui il programma glissa, preferendo riproporre il classico repertorio ultra-sovranista.

Gigantismo dei problemi e nanismo delle soluzioni
In una campagna elettorale ben descritta come prevalentemente condotta all’insegna della irresponsabilità e della superficialità, non sorprende, dunque, che al gigantismo delle questioni sollevate corrisponda un tragico nanismo delle soluzioni proposte. Al netto di qualche rara eccezione, instradata o nell’attività di governo già sperimentata o nelle attività volte a monitorarla, la maggioranza dei programmi in materia di immigrazione punta a compiacere l’elettorato, cosa che implica -come rileva l’ Associazione Studi Giuridici sull’ immigrazione – “che quelle proposte siano formulate in modo tale da consentire ad ognuno di dare ad esse il proprio personale significato, il che però le rende ambigue, poco vincolanti, non verificabili e poco realizzabili”. Tuttavia, il tema della realizzabilità non tocca soltanto quello, pur centrale, delle coperture finanziare connesse ai vincoli di bilancio, ma mette a nudo la limitatezza dell’orizzonte culturale dell’attuale classe dirigente quando si parla di immigrazione.

Se sorprende poco che movimenti extra-parlamentari sovranisti facciano carta straccia del principio di non refoulementverso Paesi in cui i rifugiati sarebbero sottoposti a pena di morte, tortura o trattamenti inumani e degradanti; sconcerta maggiormente che forze politiche ben più navigate promettano con leggerezza rimpatri di massa, omettendo che, ad oggi, in Italia l’espulsione consiste in un solo foglio di via che impone di lasciare il territorio e che gli accordi di riammissione siglati con soli quattro Paesi africani (Egitto, Tunisia, Marocco e Nigeria) funzionano a fatica sia per gli alti costi di gestione che per il mancato rispetto della Direttiva Rimpatri del 2008. Disposizione -osservava la Commissione europea nel 2015- vanificata “dall’eterogeneità delle pratiche degli Stati membri rispetto all’attuazione, in quanto i migranti irregolari possono evitare il rimpatrio trasferendosi in un altro Stato membro nello spazio Schengen”. Questione simbolica, quella dei rimpatri, che ricorda alle forze anti-europeiste e euro-opportuniste che quando si parla di immigrazione la partita decisiva, piaccia o no, riguarda tutta l’Unione.

a cura di Maria Parente

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