Campagna elettorale: migranti, tema ago della bilancia

Il ruolo crescente che hanno assunto le migrazioni nel dibattito pubblico degli ultimi anni ha contribuito a farne un tema chiave nelle elezioni politiche del 4 marzo. Eppure, per quanto sia un argomento discusso quotidianamente in prima pagina, il dibattito è spesso fondato su percezioni distorte ed è alimentato da slogan semplicistici che non rispecchiano la realtà dei fatti decisamente complessa.L’importanza crescente assunta dalla questione migratoria emerge dal sondaggio 2017 IAI-LAPS  che evidenzia come la maggioranza degli italiani ponga la gestione dell’immigrazione e la difesa dei confini al primo posto tra le priorità in politica estera, in netto aumento rispetto al passato. Per rispondere a questa crescente inquietudine, in quello che è stato definito l’anno della ‘svolta Minniti’, l’Italia ha assunto un ruolo sempre più proattivo, sia sul piano nazionale con il Decreto Minniti-Orlando che su quello di politica estera.

L’azione di governo, obiettivi e risultati
Ispirato dallo slogan ‘i flussi vanno governati’, il governo a guida Pd ha concluso accordi bilaterali con paesi di transito cruciali come Libia e Niger per raggiungere risultati concreti nella riduzione degli arrivi nel breve termine. Ingenti somme sono state destinate sia a programmi di potenziamento delle capacità locali di controllo dei flussi, sia (anche se ad oggi in misura più ridotta) a progetti di aiuto allo sviluppo, rispondendo ad una logica della lotta alle cause profonde della migrazione.Nonostante il calo complessivo del 33% nel numero degli arrivi irregolari in Italia nel 2017, il Pd non è riuscito a guadagnare molti consensi con la scelta di una politica considerata da alcuni troppo di destra per un partito di centro-sinistra e da altri troppo poco incisiva. Ancora oggi, secondo i dati Tecné, il 64% degli italiani giudica in maniera negativa le politiche adottate dallo Stato in materia di immigrazione. Come si pongono quindi i principali partiti su questo tema in vista delle elezioni del 4 marzo?

La tematica migratoria nei programmi elettorali
Vista la mancanza di un largo consenso sulle politiche migratorie ad oggi realizzate, questo aspetto non rappresenta un punto di forza per il Pd e viene quindi relegato nel programma ad un breve paragrafo nella sezione ‘verso gli Stati Uniti d’Europa’ – una scelta in linea con la visione che imputa i fallimenti alla mancata azione unitaria e solidale europea -.Al contrario, per gli altri schieramenti politici il tema migratorio ha assunto un’importanza chiave in campagna elettorale: dal Movimento 5 Stelle (M5S), che recita l’ ‘obiettivo zero sbarchi’ e dà la colpa al governo Pd di aver favorito il ‘business dell’immigrazione’, al programma del centro-destra, dove al punto ‘sicurezza’ compaiono il blocco degli sbarchi mediante respingimenti assistiti, la ripresa del controllo dei confini e il rimpatrio di tutti i clandestini. Più di tutti, la Lega ha fatto della retorica anti-migrazione il suo cavallo di battaglia di queste elezioni, guadagnando consensi nei momenti di maggiore preoccupazione collettiva, come dimostrato dal +0,4% registrato in seguito ai fatti di Macerata.

Sulla dimensione nazionale sia LeU che +Europa chiedono il superamento della gestione emergenziale dell’accoglienza e l’adozione esclusiva del modello Sprar. +Europa si concentra inoltre sull’accesso dei migranti alla formazione e al lavoro mediante un potenziamento dei centri per l’impiego. Il M5S propone il potenziamento delle commissioni territoriali (10.000 assunzioni) ai fini della velocizzazione delle procedure per garantire una decisione in un mese come secondo loro sarebbe la media europea (il che però non avviene in pratica). La coalizione di centro-destra chiede l’abolizione della protezione umanitaria, un permesso di soggiorno di durata annuale che attualmente copre i casi in cui non viene riconosciuto lo status di protezione internazionale, ma ci sono fattori umanitari.Un tema relativamente nuovo per il dibattito elettorale emerge poi nell’ambito della politica estera migratoria, le cosiddette vie legali. Per quanto si tratti di un’opzione non contemplata dalla coalizione di centro-destra, i riferimenti (seppur di natura diversa) alla necessità di ampliare questi strumenti sono presenti nelle proposte degli altri partiti. Il M5S si focalizza solo sull’aspetto di protezione, proponendo di esternalizzare le procedure di protezione internazionale presso ambasciate o delegazioni Ue in Paesi di origine e di transito, ignorando però la dimensione di mobilità per ragioni di lavoro. Il Pd e anche LeU e +Europa chiedono il potenziamento dei canali umanitari, del reinsediamento, dei ricongiungimenti familiari e aprono a possibili canali per lavoratori. Solo LeU e +Europa propongono anche dei permessi (temporanei) di ingresso per ricerca di lavoro. La cooperazione allo sviluppo, fino alla forma di un ‘piano Marshall per l’Africa’, viene citata da tutti i partiti con riferimento alla migrazione, ai fini di eradicarne le cause profonde.

Le percezioni (distorte) degli italiani
Una discussione approfondita su questo tema è però mancata nella campagna elettorale, dominata da slogan politici approssimativi, rispetto ai quali viene da chiedersi quanto siano effettivamente ancorati alla realtà. Per quanto la percezione dell’Italia come Paese abbandonato dall’Europa nella gestione di un fenomeno di enormi dimensioni abbia delle fondamenta, la distorsione dei fatti contribuisce ad un clima emergenziale e di paura. Un dato emblematico in tale senso è la forte sovra-estimazione della presenza di migranti non-Ue sul territorio: mentre gli italiani stimano una presenza del 30%, il dato reale non raggiunge neanche l’8% della popolazione.

Nei programmi politici scarseggiano poi i riferimenti a due fondamentali questioni collegate alle migrazioni: il forte calo demografico e l’integrazione. Se proprio quest’ultima è la chiave fondamentale per garantire che la migrazione non costituisca fenomeno di cui avere paura ma un contributo alla società, i dati sull’integrazione lavorativa ne dimostrano un evidente fallimento, attestando un crollo del 6% fra prima e seconda generazione, mentre la partecipazione scolastica subisce un crollo ancora più significativo, oltre il 20%.

a cura di Maria Parente

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