Poste Italiane azienda rosa: il 54% dei dipendenti è donna

1388084565-poste.jpgROMA – In Poste Italiane su circa 138 mila dipendenti il 54% è donna, numero decisamente superiore alla media nazionale delle occupate in Italia pari al 48,9 per cento (fonte: Istat 2017). Negli ultimi cinque anni la popolazione femminile è aumentata di circa l’1,3%. Significativo il livello di scolarizzazione visto che è di sesso femminile il 59% dei laureati che lavorano alle Poste Italiane.Circa la metà del personale con funzione di quadro è donna. Per quanto riguarda i vertici aziendali è donna il 44% dei componenti del CdA (contro una media delle società quotate in borsa del 31,6%) mentre il 21% delle posizioni executive è donna.Attualmente il 58% dei circa 12.800 uffici postali ha un direttore donna con punte che superano il 70% in alcune regioni. A questi dati va aggiunto che oltre il 40% delle 132 Filiali (strutture responsabili della gestione degli uffici postali di un territorio) è guidato da donne. In termini complessivi, il 55% dei responsabili aziendali di struttura organizzativa sono donne.

L’azienda aderisce alla “Carta per le pari opportunità”, una dichiarazione di intenti, sottoscritta da imprese di tutte le dimensioni, per la diffusione di politiche capaci di valorizzare i talenti in tutta la loro diversità e per l’attuazione dei principi di parità di trattamento e uguaglianza di opportunità. Poste Italiane è anche membro di associazioni come ValoreD, che coinvolge oltre 150 grandi imprese italiane, per sostenere modelli organizzativi inclusivi ed equilibrati nel dialogo e nello sviluppo di genere.Inoltre, è previsto in azienda e regolamentato nell’attuale Contratto collettivo nazionale di lavoro un Comitato per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità. Il Comitato ha lo scopo di implementare e rafforzare una cultura attenta alla diversità, anche di genere, tramite azioni positive tese a realizzare buone prassi.

 

AGEVOLAZIONI PER IL CONGEDO PARENTALE Poste Italiane tutela e valorizza la maternità garantendo alle lavoratrici un trattamento economico di miglior favore rispetto a quello previsto dalla legge e mettendo in atto iniziative che hanno l’obiettivo di trasformare l’esperienza di genitorialità in un momento di crescita anche professionale.Durante il congedo di maternità Poste Italiane eroga il 100% della retribuzione per tutti i 5 mesi di astensione dal lavoro, rispetto al pagamento dell’80% previsto dalla legge. Inoltre, alle mamme e ai papà che fruiscono del “congedo parentale” nei primi sei anni di vita del bambino Poste Italiane garantisce l’80% della retribuzione per i primi due mesi, invece del 30% previsto dalla legge. Se poi il genitore che utilizza i permessi per allattamento ha bisogno di avvicinarsi a casa temporaneamente, l’azienda ne accoglie le richieste, compatibilmente con le esigenze organizzative.

LA MATERNITA’ COME UN MASTER Poste Italiane è stata la prima azienda ad aderire al programma Maam U (Maternity As a Master), un percorso formativo, su base volontaria, che ha permesso finora a circa 400 mamme (la sperimentazione è partita nel 2015) di allenare le soft skills acquisite nel ruolo di madre e di mantenere il contatto con l’azienda attraverso il dialogo con i colleghi e i capi. Essere mamma diventa quindi una grande palestra di leadership che aiuta a maturare e a crescere nel mondo del lavoro allenando competenze relazionali, organizzative e dell’innovazione come l’ascolto, la gestione del tempo, l’empatia. Il piano è associato dallo scorso anno anche a un servizio denominato “Engage” che fornisce, attraverso un’APP dedicata, uno scambio su base volontaria tra i manager e le dipendenti in maternità, per un efficace rientro al lavoro. A oggi sono oltre 120 le iscrizioni attive).

POSTE ITALIANE E IL LAVORO FEMMINILE IN ITALIA È il 1863 quando nelle Regie Poste viene introdotto il lavoro femminile con un apposito Regio Decreto: le donne vengono inserite nell’organico dell’Amministrazione prima come telegrafiste, poi, dal 1865, anche come impiegate, ma sempre come personale “ausiliario”, “avventizio” e “supplente”; si ritiene infatti che l’impiego in ruoli minori e sedi periferiche (generalmente uffici telegrafici di “terza categoria”) comprometta meno le lavoratrici, tutelandone l’onorabilità.

Per essere ammesse all’impiego le donne devono però avere dei requisiti: devono essere vedove, orfane o sorelle nubili di impiegati meritevoli deceduti. Le impiegate si dimostrano subito ottime lavoratrici: serie, veloci, instancabili e organizzate, si adattano facilmente alle nuove figure professionali nate in seno all’Amministrazione, soprattutto in seguito all’avvento della dattilografia, attività fin da subito ritenuta più consona a mani femminili.na delle figure che emerge alla fine dell’Ottocento è la telegrafista, che svolge il suo lavoro in sale separate e sotto la direzione rigorosamente femminile. Ma l’impiego della donna sposata è comunque subordinato alla cosiddetta “autorizzazione maritale”, il consenso scritto del marito che resterà in vigore fino al 1919. Nel 1881 le donne impiegate nel settore delle Comunicazioni sono poco più di 500, ma il numero è destinato a crescere. Nel 1901 sono più di 3.000 e dieci anni dopo superano quota 8.000.

a cura di Gennaro Sannino

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